venerdì 23 gennaio 2009

Para que no me olvide (A/R 16 de diciembre 2008)

In Aria
Smashing Pumpkins - Stand Inside your love

Chiudo gli occhi e sento il rumore soffocato della quotidianità, di un posto affollato di gente di passaggio, che corre e piange, che sbraita e saluta. Commossa o nervosa la gente si accalca, in file disordinate, pronte a partire, a salpare, a volare. Resto con gli occhi chiusi e immagino. Una bimba avvolta in un uno strano piumino rosa che afferra un padre al collo, mentre una madre gliela porge come oggetto prezioso e delicato. Le scarpette rosse sulla giacca del padre i cui capelli bianchi vengono mossi dal passaggio di una navetta passata troppo vicina per non pensare ad un pericolo, per se e per la bimba dal piumino rosa.

Dietro di loro una signora, anziana, sola, con una borsa di pelle, piccola e vecchia. Anche lei aspetta. Non sa bene cosa. Le hanno detto di aspettare. E lei è li. Che aspetta. Qualcuno arriverà anche per lei.

Due ragazzi si salutano. Strumenti in mano. Chitarre forse, o bassi. Si scambiano pacche fraterne, come di amicizia consolidata dalle note e non solo dal tempo. Cose che non si possono capire se non si è dentro alla musica e all’amicizia nelle musica.

Passa una hostess. Ne passa una seconda. Sembrano stanche e si toccano le caviglie, gonfie da chissà quante ore di routine aerea. Eleganti. Ma un po’ sfatte. Il trucco scomparso per lo più ed una ciocca bionda di capelli che proprio non resiste più alla tentazione di cadere dal posto suo, scivolando su uno sguardo che sembra buio, o magari solo stanco.

Passa una comitiva, ombrello alzato a mo di antenna, per segnalare una presenza che non deve passare inosservata, e per non dare adito alla perdita a nessuno, nel non luogo di adesso.

Poco più in là un uomo, alto, bello, che abbraccia una donna, alta, bella. Pare piangano. Si stanno piangendo. La testa di lui nella mani di lei. Gli occhi di lei nei capelli di lui. È una scena cristallizzata. Attorno a loro il caos del non luogo di adesso. E loro fermi così. Nel gelo. Piange lui nella mani di lei. Belli. Alti. Piange lei nei capelli di lui.

Un bambino scappa inseguito da una donna. Il maglione bianco contrasta con la sua pelle color di noce. Scappa e ride di questo suo nuovo gioco. Alejim! Urla la donna dietro di lui. E scappano così dalla vista. Sfiorando una donna anziana ferma lei non sa dove, e due ragazzi che ancora parlano di loro.

Continuo con gli occhi chiusi e vedo una ragazza, carina, un po’ in carne. Capelli blu. Un po’ impaurita. Ha uno zaino colorato, rosso, e tante bandiere toppate di sopra. Lunga giacca viola che l’avvolge in una sorta di tela grossa e sguardo smarrito. Grossi occhiali da sole in testa e sguardo attento a non far passar l’attimo giusto per il suo qualcosa.

Vedo un uomo e una donna, grandi. Si tengono per mano. Gonna lei. Giacca lui. Bianchi in testa e si tengono per mano. Nelle altre, nelle libere, borse color kaki. Tipo viaggio di altri tempi e di altri spazi, lontani dal caos del non luogo di adesso. Si tengono per mano ma non li vedo in faccia, non me li immagino in volto. Saranno belli. Credo. A modo loro saranno perfetti così. Con un bambino, Alejim, che li urta, facendo oscillare una delle borse, quella in mano a lei, e non riesco ad immaginare altro che un sorriso sulla faccia di quella donna dai capelli color cotone una borsa piena di storia color kaki.

E poi ci sei tu, eccoti, bellissimo, come il sole. Nonostante i viaggi dall’inferno. Ti vedo che ti fai spazio. Ti cerchi un tuo riparo, senza mai fermarti però. Di corsa per paura di orari e nemici. Hai la tua giacca nuova, quella con gli alamari, comprata con tuo padre. Una borsa profonda come un pozzo ed uno zaino color jeans. Sei stanco, ma sei sempre bello come il mio unico sole. Hai gli occhi cerchiati, dal poco sonno, e dal rientro nel tempo che si misura. Torni da un viaggio lungo come la linea del mare che si vede all’orizzonte. Torni dall’altro mondo, dove io ero orizzonte tuo. Prendi le scale, quelle mobili. Prima ti fermi. Ti guardi un po’ in giro, come aspettando di veder arrivare qualcuno prima o dopo. Ti sistemi lo zaino e posi il tuo computer sulla borsa grande come un comò continui a trasportare la fatica di mesi concentrati in una borsa troppo grande, o forse troppo piccola per tutto. Hai carte in mano che non sai dove infilare. Maledici un po’ tutto. Anche me. Nel mezzo. E il ritardo accumulato. Pensi ai treni da prendere e a quelli persi. Qualcuno che corre ti viene addosso e ti parte un fanculo, ma non nella tua lingua. In quella nuova che non capisco, e che solo il suono mi fa ridere e piangere allo stesso tempo. Maledici in spagnolo la ragazza vestita di viola che correndo ti fa ha fatto cadere le carte, inutili ormai. E le lasci a terra. Senza fregartene più.

Resto con occhi chiusi e ti immagino salire su un treno. Uno di quelli sempre pieni. E anche li la testa tua ti da impulsi frenetici che ti spingono a non impazzire, con tutta la tensione del viaggio dall’altro mondo, e la puzza della gente di questo mondo. Dove il tempo inizia, dopo mesi, ad essere misurato di nuovo. Chiudi gli occhi tu adesso, poggi la testa sul vetro gelido e stai così. Senti passare le fermate, mille, prima della tua. Ogni tanto li riapri, gli occhi, e provi a guardarti in giro, come se dovesse esserci qualcuno li, da qualche parte. Forse lo temi. Forse no. Ma poi li richiudi, gli occhi, e poggi la testa sul vetro bagnato da piogge torrenziali che stavano per inondare la nostra città.

Resto fermo senza neppure respirare. Continuo a vederti immobile, con la tua giacca e gli alamari. Le borse una sopra l’altra e la testa così pesante da sembrare eterna nell’importanza.

Non ci sono io.

Riapro gli occhi e vedo la mia stanza, nel buio illuminato dal blu del video. Le pareti bianche e vuote. Scatole ovunque e cellophane tutt’intorno. Neppure i libri sono al loro posto. Nulla è dove deve essere. I poster e le foto sono staccati. Il letto spostato in avanti, l’armadio è vuoto, ed io non sono li. Con te. Che sei bello, come il sole dei giorni al mare. E sei stanco tu, forse anche del sole dei giorni al mare. Apro gli occhi e non so neppure io dove mi trovo. È tutto nuovo, e solo fiori di Bach, fiori dell’anima che immagino venirmi addosso come in un onda mossa da un vento fresco.

Sono al buio. In una stanza che non è mia più. Richiudo gli occhi e ci sei tu, in una stazione, che conosci fin troppo bene, che conosci in ogni spigolo ed area e che adesso ti sembra enorme nel caos di un pre-natale che non ha senso alcuno. Per me. Per te si. Forse. Ti raggiungono. Sali su una macchina piccola e stretta. Sei arrivato. Non sei a casa. In questa città che era la nostra città. Ti senti estraneo. E lo sei. Ti immagino così sotto una pioggia millenaria che batte e batterà ancora. Fredda come di Marzo. La tua testa, il tuo corpo, bello come il sole. Una macchina ti prende e vai via.

Riapro gli occhi. Piango adesso. Perché sono nel deserto e non ci sei. Perché oggi era festa, invece è lutto. Piango per tutto e mi dispiace. Per l’oceano che non c’è più. E per il mare. Per la lava della Solara e le tue lenzuola blu. Piango e non mi trattengo. Mi sento perso.

E tu non ci sei più.



giovedì 22 gennaio 2009

Della tua assenza

In Aria
God is an astronaut – Forever lost

Appena partito.

Sotto una pioggia leggera che col suo gioco crea delle piccole ombre sul vetro riportandole doppie sul foglio, su cui scrivo,strappato non ricordo esattamente dove. Un alone di luce disegna un iride sul foglio e questa luce , gialla, crea un’atmosfera calma, rilassata, facendo da sfondo a tutto il mio viaggio. Ho un corpo nuovo, bagnato, messo su un autobus come un pacco, per una destinazione vecchia, che sa già di altrove, di non voluto, di non cercato.

Alzo lo sguardo e davanti a me si perde un serpente nero, lungo che porta fino a Roma (Roma). Nebbia fuori, che copre la vista e l’anima mia di stanotte, la rende opaca. La fa lenta. Cristallina e delicata.

È nel viaggio che manchi sempre più. Prepararmi per partire senza le tue raccomandazioni, le tue attenzioni, le tue preoccupazioni, che sempre, sempre, mi hanno fatto speciale, reso sicuro. Vivo.

Quando parto, ovunque io vada, tocco la tua non presenza. Mi crolla addosso. Come pietre. Mi sento stordito. Ho febbre che non passa più. La luce gialla mi fa nuovo, stampandomi in faccia un gioco di ombre che quasi mi piace…se solo riuscissi a riconoscermi.

Mi manca la tua voce. Il sentirmi al centro di un tuo pensiero. Mi manca la base solida del tuo corpo, àncora e sicurezza.

Scrivo poggiato ad un vetro gelido, graffiato e schiaffeggiato da pioggia di Gennaio. I miei viaggi sempre sotto la pioggia ormai. Da tre mesi ormai piove sulle mie terre, ma vado avanti lo stesso, perché lo devo. A me, ai miei, agli amici, di sempre, sempre loro, da sempre. Ma manchi. E provo imbarazzo se penso ad un piccolo entusiasmo vissuto nel giorno. Mi vergogno se penso ad un sorriso che mi si disegna sul volto. Stati che mi animano nel no-sense.

Perché la notte è sempre tua. Come questa, nel viaggio, che faccio verso il nord, ma che vorrei fare verso la fine del mondo dove ci siamo trovati stretti e ci siamo promessi. Semplicemente vita altra. Vita di cannella e zenzero. Adesso è vita nuova. È gelo di una notte d’inverno, una pioggia che si fa violenta e una matita che si spunta poco per volta, quella di adesso di questa notte.

Vorrei chiudere gli occhi per poi riaprirli e trovarti al mio fianco al posto della vecchia signora che si lamenta. Per le gambe dice. Le sorrido stando zitto. Mi giro sul mio vetro e continuo a scrivere, credendo sia la soluzione unica per calmare il cuore, fingendo di non sapere d’avere del veleno dentro.

Mi vedo domani a Roma e ti vedo ovunque intorno. Il ragazzo di fronte a me ha la tua faccia, il tuo sorriso stupido. Chiudo lo sguardo e ti ritrovo al io fianco che giochi e scrivi mentre muovi le tue gambe magre. Sorridi per qualcosa senza immaginare che io ti possa seguire anche in questo gesto minimo e naturale. Mi rigiro e ti rivedo, triste, che aspetti qualcuno, ma non sono io che aspetti. Ti vedo triste e speranzoso per l’arrivo di qualcuno…ma non sono io che aspetti. E mi si stringe il cuore in gola. E poi sei bambino, su una barca, tra un uomo bello, e una donna, bella, come bello è il sole di Capri.

Siamo fermi adesso. Posso scrivere più tranquillo senza che la matita mi sbatta contro la faccia. Sale gente e le luci sono tutte accese. Come un pezzo di giorno nel cuore della notte. Ho la testa che urla e il corpo in fiamme. È la febbre di te credo. Della tua mancanza. Della tua assenza spasmodica.

Non ho più carta con me. Le tempie pulsano.

Continua a piovere lungo la via. Non c’è più nebbia attorno a noi.

Spero tu stia bene davvero ora. Davvero. Lo spero.

Mi dispiace così tanto.






venerdì 16 gennaio 2009

Too much poison come undone

In Aria
Kaki King - Can Anyone Who Has Heard This Music Really Be a Bad Person?

Una febbre improvvisa.

Una di quelle che ti lasciano incapace di articolare pensiero e parola tanto lo stordimento e il grado di prostrazione. Resto fermo così. Con un corpo caldo da poche ore e già che arde per un gioco macchinoso fatto di stimoli endogeni ed esogeni che risponde ad una chimica astrusa, troppo perfetta per me, che parla di reazioni e risposte naturali, quando adesso per me di chimico ed ovvio non resta che il nulla.

Ovvio che.

Sento un tremore lungo le mani. La gamba ferma nelle sue fasce. E la testa incapace di gestire quanto ancora mi resta. Un tutto fatto di attese per qualcosa che non voglio, che non vorrei, che non occupa nulla di me. Nulla in me.

Una febbre inaspettata.

Sono in me e mi vedo doppio. E penso al me di ieri. E sono doppio.
Ho così paura. Di tutto. Un vuoto che sa di fumo, che mi toglie respiro e sbatte il cuore a mille, ad ogni ora che non c’è più. Che non tornerà e che adesso vivo nel panico e nell’arte.

Strano che.

Mi immergo nel fango di una città che schifo.
Mi imbratto del sangue di gente onesta.
Mi uccido poco per volta, per sentire piano il mio di-venire che salta lento altrove.
E poi un piano che suona, una scogliera ferma nella storia battuta da un vento freddo e gelido.

Una febbre impensata.

Mi sveglio da un coma che ho vissuto cosciente. Sentire passare le ore sul proprio corpo. Sentirlo cambiare col passare delle ore. Vederlo diverso. Far finta di non riconoscerlo sotto il tormento del tempo. E non fare niente per. Vivere uno stato comatoso di coscienza incosciente. Vedere le ossa delle mani che escono di fuori, sentire le costole sotto uno strato di polvere e seta, giocare con i tendini a stirarli al massimo, palpare le vene e vederle blu su un foglio di pelle bianca. Toccare una testa tonda e rasata e sentire le tempie che urlano e che strillano per farsi spazio fuori. Altrove.

Sicuro che.

Chimica anche questa.
Il corpo si ribella.
Vomito e sanguino.

Una febbre istantanea.

Di quelle che ti lasciano fermo nel letto ad abbracciare un ricordo caduto nel vuoto. E mi vedo doppio del doppio a distanza e all’infinito. Non mi ritrovo più. Non so dove andare, cosa guardare cosa non fare. Chiedo aiuto, ma nemmeno mi sento.

Certo che.

Sorriderei.
Stavolta.
Del veleno che.
Sorriderei.
Stavolta.

Del veleno in me.