martedì 10 febbraio 2009

Il giorno prima della felicità (10_02_2009)

In Aria
Mùm – We have a map of the piano

- Sono cose che succedono il giorno prima.
- Il giorno prima di cosa?
- Il giorno prima della felicità.

Ricordi la nostra prima foto? La nostra prima foto scattata dove siamo entrambi a guardare lo stesso obiettivo. Era maggio. Faceva caldo e chiedemmo ad un turista spagnolo basso e tarchiato di immortalare quel momento. Così, tanto per. Io con una faccia da manicomio e tu con una faccia alla Disney. Il tipo ci pariò addosso, capendo tutto subito e noi ridemmo di sto stronzo per non so quanto tempo. Eravamo seduti sul lato sinistro della fontana di Trevi. C’era il primo sole serio, di primavera inoltrata, non quello di marzo che regala speranza per un attimo e subito dopo risoffia il vento, cambiando la giornata, lasciandola infastidita. Avevo la pelle bianca dell’inverno e mi sfottevi perché davvero sembravo uscito da una di quelle storie avvilenti di bambini tristi e smunti. Tu uscivi invece da mesi di allenamento ed eri più grosso di quello che mai sei stato. Pelle scura, come sempre. Maglia a righe. Quella. La nostra prima foto.

Stasera sotto una pioggia inutile e fastidiosa sono ripassato da lì. Sono passato da lì infinite volte in questi miei anni romani di Roma. Sono passato da quella stradina che si chiude in angolo con una bottega di gelati. Mi sono affacciato sulla fontana e mi sono rimesso nello stesso punto di quella foto scattata nel Medioevo. Lanciato una moneta, di quelle sporche, che non hanno valore se non nel desiderio espresso con il lancio. Di quelle che si trovano sempre nelle tasche di una giacca, che avanzano nel resto, che si lasciano cadere e non si raccolgono. Non mi crederai, perché è ridicolo, ma c’erano due turisti spagnoli. Due signori. Grandi. Si sono fotografati, prima l’uno e poi l’altro. Mi vedono e il tipo coi capelli bianchi ed orecchino mi fa ¡Perdón!. Sorrido prendo una piccola compatta più vecchia della mia e li immortalo, flashandoli. Carini. Capisco tutto. ¡Gracias Guapo! Divento porpora ricambio il sorriso e mi sento una fitta poco sopra il fianco sinistro. Si allontanano ed io li seguo un po’ fino a che orde di giapponesi o coreani mi occupano la vista e i suoni con le loro mille facce e le loro mille smanie.

Sono ricordi che vengono il giorno prima. Che mi passano veloci nella testa e che lasciano uno schiaffo al cervello. Repentino. Facendolo tremare nella sua calotta.

Mi compri le castagne?

Mi fanno schifo. Le castagne dico. Te ne comprerei foreste. Di castagni. Ora. Passo davanti la mia libreria di questi secoli e vedo il cingalese di turno che vende marroni a 5 euro. E ti rivedo mentre davvero le mangi con gusto sporcandoti le dita di nero carbone e mi dici sempre se ne voglio, anche se sai che mi fanno schifo le castagne, ed io sempre per dispetto dico di si, per il gusto di levartene una, tu me la dai, io la pulisco, e mordo una piccola parte e poi te la rimetto in bocca. Sorridi. E sei bello.

Sono cose strane queste che accadono esattamente il giorno prima di quella che dovrebbe essere la felicità. Quella dei libri che si capisce che è così perché ci sono sorrisi a ricordartelo. Pensieri e parole si inseguono ripercorrendo il cammino che un ricordo ha già percorso lasciando sulla strada pezzetti di me e di te. Come quelli che ci compongono. Migliaia, differenti che ci fanno più simili agli altri che non a noi stessi. Sono pugni che mi colpiscono e calci in faccia che creano del viola intorno agli occhi per ricordare un dolore che se anche passerà lascerà il segno vivo in viso per sempre.

Come il preparare un pranzo o una cena. Con tutto l’amore che una madre può per il figlio. E le attenzioni nella febbre che sembrava davvero non lasciarti mai ogni volta che salivi in capitale, tanto da attirare le battute di mia madre. Che di battute ne fa poche, lei.

Come farei senza di te amò?

Non lo so. Davvero. Come stai facendo perché io non vivo più da mesi. Mi sento scorrere il tempo come qualcosa di dovuto, ma non di vissuto. Perché è questione astronomica. È questione biologica. Ma nulla a che fare con la vita fatta di noi, di sorrisi e pensieri e battute e storie.

Sai cosa? Mi manca il potermi godere a pieno quei pomeriggi a distanza. Quando io ero per te quello che tu sei per me. Il godermi appieno quei secondi che passavano nella tranquillità tra una chiamata e l’altra. Tra un ciao e un ti amo. Il potere prendere il tempo di quei giorni e poterlo rigestire esaltandolo alla potenza, per poter dire ancor di più “quella era la mia vita”.

Sono cose che accadono il giorno prima di quella che dovrebbe essere la felicità. Ma temo di non riconoscerla nel passaggio, la felicità dico. Temo possa passare. Io domani l’aspetto perché mi hanno detto che sarà lì. Io non ho troppo da fare. Mi metto con le cose mie nuove e pulite, ed aspetto. Dicono passerà. Anche se mi sento ladro. Anche se è come prendere treno senza biglietto e vivo questa cosa con l’ansia di essere scoperto, con la felicità in mano. Senza potermelo permettere.

Ripercorro ogni santo momento della mia felicità di ieri. E ti incollo sui muri delle mie nuove città. Quella presente e quella futura. Ti vedo nel passaggio di ogni giorno come grano di un rosario che segue un altro, così all’infinito nella circolarità. E penso cose strane questo giorno prima della mia nuova felicità. Penso possa essere anche tua se solo tu sapessi, se solo tu pensassi, se solo tu mi riconoscessi nuovamente per tutto quanto è stato detto passato vissuto amato.

Cammino lento per strade che ci hanno visti con mani in tasche per allontanare il freddo. Le tue nelle mie. Le mie nelle tue. A guardare vetrine e mangiare dolci di Ungheria. Passo lento per tutta la nostra città sepolta questo giorno prima. Perché da domani sarà passato e lo vivo con inconsapevolezza, credo, ancora adesso che ti cerco col pensiero e che ti raggiungo col desiderio. Da domani niente più “cuccia” dove mi rilegavi a dormire. Niente terrazzo stellare in questa Roma che ti strappa il cuore. Da domani è nuova storia. Oggi è il giorno prima.

I nostri pranzi divisi al giappo. Perché poveri in moneta noi. E i mille regali scambiati, dal primo cd tra una Napoli di serie A e una Napoli di serie C, agli ultimi, dei tuoi miti. È come una risma di fogli che vengono smistati stasera nella mia testa. Con le mani si muovono veloci i fogli con sopra stampati in rilievo tutti i miei sogni e i desideri, i ricordi, le aspettative morte come foglie su alberi e cadute al primo vento che queste riconoscono come loro ultimo. Mi mancano le pizze e le fermate strane di quella metropolitana che hanno loro, quelli che sono rimasti sotto al Vesuvio. Mi manca quel gelato assurdo con dentro di tutto, che io presi con succo di sambuca e tu mi guardasti come si guardano gli stronzi…

Sono cose che succedono sempre il giorno prima della felicità. Riprendere fili e scatole con dentro vite. Aprirle e far uscir fuori mille e mille storie di me e di te.

Sono lucido nelle follia di stanotte.

Sono santo e martire nel cuore mio.

Ho paura. Sempre.

Ma sono cose che devono succedere il giorno prima della felicità…


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