martedì 17 febbraio 2009

Il giorno della felicità (11_02_2009)

In Aria

The Silver Mt Zion Memorial Orchestra and Tra-la-la Band - Sow some lonesome corners so many flowers bloom


Mi trovo sveglio dal giorno prima, ripensando ancora a quanto stava accadendo fino a due secondi fa e mi trovo già ad oggi, così, semplice e veloce. Oggi è il giorno. Quello della felicità dico. Quello che tutti stanno aspettando e pare che anche la natura si sia messa contro affinché non accada. Sono sveglio da tre mesi ma lo stato febbrile è nuovo. La fitta alla bocca dello stomaco è la stessa ma ha qualcosa di non detto che non lascio trasparire né da uno sguardo malinconico rivolto al viso di mia madre che mi guarda con orgoglio, né con una parola di tensione che rivolgo a mio padre che mi osserva con l’imbarazzo tipico di un uomo, il giorno di quella che deve, non dovrebbe, deve, essere la felicità del figlio piccolo e fragile. Sono già sveglio da tre mesi e non riesco a star fermo mai. Il corpo è quello che è, dopo una guerra combattuta senza troppe regole, quello che resta è semplicemente un mucchio di pelle tirata e occhi ingranditi da fare impressione a chi non è abituato al mio nuovo stato e si ricorda ancora ricci che cadono su occhi verdi. Adesso è altra questione, roba di pelle bianca e grigia, capelli rasati, ossa sporgenti che ricopro poco per volta con gli abiti della festa, quelli scelti con cura e con difficoltà, perché si teme sempre di sbagliare di fronte al giudizio di una commissione, anche nella scelta di un abito meno formale, o di una cravatta troppo stretta o troppo scura, da usare per coprire e nascondere, e rendere presentabile un precipitato nell’abisso. Mi affaccio dalla mia finestra romana e acqua continua a cadere sul tavolo in terrazzo, creando una sorta di pozza che pare allagare tutto poco per volta. Le piante sono mezze morte dal gelo e l’aria è così gonfia di lacrime che mette agitazione solo nel vedere il cielo. Una gru, per lavori in corso, sormonta il mio nono piano di questa vita romana, la vedo muoversi piano nel suo corpo di ferro nero, mossa non so se da mani o se da vento. Volano uccelli in alto, sotto la pioggia, ed è strano, il volo bagnato, perché appesantito e instabile. Guardo tutto da dietro questa finestra senza una tendina, perché messa a lavare dopo i fumi di anni che le avevano tolto il colore originale. Osservo bene la scena che si staglia dietro e cerco di legare le macchie di colore che si fanno grandi sulle pareti del terrazzo che dividono il mio spazio da quello altrui.


Rileggo mille volte le stesse parole scritte e stampate per l’evento di quest’oggi, così importante, così banale. Sistemo ultime cose e prendo il mio veleno che mi rende meno lucido del dovuto ma che mi da la forza fisica e mentale per riuscire ad affrontare la giornata senza il mio sostegno dei giorni finiti a novembre. Anche la natura si diverte con gli sgarri. Piove gelo dall’alto, mi faccio piccolo nel mio cappotto nero, cammino e abbasso la testa sperando che possa proteggermi da questo schiaffo gelido che mi arriva dritto in faccia. Scendo le scale di una fermata di metro che conosco come fossero parte del mio appartamento e un’aria umida e sudata mi colpisce con tutto il suo disgusto. Non riesco proprio a pensare a come deve essere questa nuova felicità. Non riesco perché il veleno mi toglie brillantezza nei movimenti del pensiero e non riesco davvero a concepire come possa essere diverso fra qualche ora, quando finalmente tutto questo apparterrà ad una storia da poter raccontare a qualcuno tramite le righe di un blog. Mi siedo composto. Gli occhi dei miei scrutano i movimenti della gente che si siede vicina, col timore che possa accadere qualcosa, come sempre pensa chi viene nelle grandi città lasciando la propria, piccola che sembra un rione di questa capitale gelida di questo giorno di febbraio.

Entro nello spazio addetto e mi sembra mondo nuovo.


Occhi bianchi di secoli d’arte mi guardano mentre attraverso il corridoio, io e la mia forza smunta. Statue di secoli e secoli si ripetono nelle loro copie che non stonano per niente con la giornata così fuori dal tempo. Attraverso le sale tenendo in mano il mio lavoro e cercando con lo sguardo di capire dove già il mio sguardo si è poggiato su queste statue, meravigliose nel loro essere immortali, anche se distrutte, dall’uomo e dal tempo. È davvero tutto strano. Bello. Ragazzi studiano sotto copie di gesso di Veneri e eroi. Cammino per non so quanto tempo tra gli splendori di un arte che rimarrà, sempre, come unico rifugio dalla follia del mondo e quasi mi commuovo, per questo, senza pensare per un attimo alla mia commissione che mi aspetta seduta e stonata dal freddo di questo giorno.


Sento il mio nome, entro, mi siedo ed inizia la storia della mia felicità ad ore. Mi guardano come si guarda un giocoliere. Riesco con le mie parole ad attirare le undici teste pronte a fare quello che volevano. Parlo dell’inganno e della magia della fotografia, che mi ha fatto come sono adesso, parlo dei giochi di luce e chimica che hanno reso possibile l’inconcepibile, parlo dei colori e della storia, delle guerre, dei morti, dei clown e dei desideri, del mio concetto di arte e fotografia, della mia passione condivisa con te, parlo di tutto per un tempo brevissimo che si concretizza in un mezzo giro d’orologio. e poi basta.


Esco. Campanella. Proclamazione. Dottore. Con massimo dei voti, massimo del rispetto. Ed è esattamente lì che sento finalmente la felicità. La sento salirmi come corrente dai piedi fino allo stomaco e alla gola che si fa spazio sul viso che regala ai miei il primo sorriso della giornata alle 16.00 di un giorno di febbraio che entrerà nei miei ricordi come punto di partenza per una nuova storia.


È la felicità. Quella che aspettavo ieri, che mi ha fatto tremare al pensiero di non poterla riconoscere, sbagliandomi. Quell’urlo morto in corpo che occhi lucidi hanno fatto sentire lo stesso, come monito di liberazione, come tappo sparato in alto. La sento. L’infinita gioia della fine. Dell’improbabile che si concretizza. Ed è bello, davvero. Visi amici, volti vicini, voci che sento dalla mia terra, commosse, contente per me. Il sapere che qualcuno è contento per me. Sorrisi, preziosi, sempre di più sempre più in su. Fino alle lacrime nelle risate. Fino a dire finalmente!

È questa. Lo è davvero. E non credevo. Non pensavo né immaginavo. Ed è bello, anche col gelo, anche con la pioggia che ricopre e bagna questa Roma che distrugge l’anima rubandola senza restituirla più come prima. Ma non fa niente, adesso è tutto bello così. Anche la tua voce, un po’ commossa, forse, un po’ imbarazzata, felice per la gioia della mia felicità, agitata. È bello sentirti oggi, non metterti da parte, perché sei parte della mia concretezza, anche a distanza, nel tempo e nello spazio. Anche se eravamo cosa diversa in un tempo diverso, in uno spazio diverso. Oggi è anche la tua festa, perché voglio sia così. Perché sono felice, e tu devi esserci nella mia gioia di oggi.


Guardo i miei. Sull’autobus che ci porta a casa. Vedo i loro occhi che brillano. E sento tramite di loro quella corrente che già mi aveva bruciato. Riparte dallo stomaco e arriva di nuovo in viso, colorandolo di sangue che è vita. Mia madre piange, mio padre ha pianto. È tutto così strano. È tutto grazie a loro. Mi giro e guardo Roma da un vetro scheggiato da pioggia. Le strade sono le stesse di sempre di questi mesi eterni. Ripercorro ogni incrocio, ogni semaforo, ogni fermata con aria nuova e con colore addosso. La guardo con consapevolezza. Sorrido di Roma, che mi sorride, facendo uscire un raggio di sole. Mi viene da ridere pensando sia mio solo, quel raggio, che Roma mi regala come ricompensa per l’anima che mi ha rubato. Sorrido della mia piccola felicità di oggi, ho le lacrime agli occhi.



Saluto tutto e resto fermo così in attesa di poter scendere.






martedì 10 febbraio 2009

Il giorno prima della felicità (10_02_2009)

In Aria
Mùm – We have a map of the piano

- Sono cose che succedono il giorno prima.
- Il giorno prima di cosa?
- Il giorno prima della felicità.

Ricordi la nostra prima foto? La nostra prima foto scattata dove siamo entrambi a guardare lo stesso obiettivo. Era maggio. Faceva caldo e chiedemmo ad un turista spagnolo basso e tarchiato di immortalare quel momento. Così, tanto per. Io con una faccia da manicomio e tu con una faccia alla Disney. Il tipo ci pariò addosso, capendo tutto subito e noi ridemmo di sto stronzo per non so quanto tempo. Eravamo seduti sul lato sinistro della fontana di Trevi. C’era il primo sole serio, di primavera inoltrata, non quello di marzo che regala speranza per un attimo e subito dopo risoffia il vento, cambiando la giornata, lasciandola infastidita. Avevo la pelle bianca dell’inverno e mi sfottevi perché davvero sembravo uscito da una di quelle storie avvilenti di bambini tristi e smunti. Tu uscivi invece da mesi di allenamento ed eri più grosso di quello che mai sei stato. Pelle scura, come sempre. Maglia a righe. Quella. La nostra prima foto.

Stasera sotto una pioggia inutile e fastidiosa sono ripassato da lì. Sono passato da lì infinite volte in questi miei anni romani di Roma. Sono passato da quella stradina che si chiude in angolo con una bottega di gelati. Mi sono affacciato sulla fontana e mi sono rimesso nello stesso punto di quella foto scattata nel Medioevo. Lanciato una moneta, di quelle sporche, che non hanno valore se non nel desiderio espresso con il lancio. Di quelle che si trovano sempre nelle tasche di una giacca, che avanzano nel resto, che si lasciano cadere e non si raccolgono. Non mi crederai, perché è ridicolo, ma c’erano due turisti spagnoli. Due signori. Grandi. Si sono fotografati, prima l’uno e poi l’altro. Mi vedono e il tipo coi capelli bianchi ed orecchino mi fa ¡Perdón!. Sorrido prendo una piccola compatta più vecchia della mia e li immortalo, flashandoli. Carini. Capisco tutto. ¡Gracias Guapo! Divento porpora ricambio il sorriso e mi sento una fitta poco sopra il fianco sinistro. Si allontanano ed io li seguo un po’ fino a che orde di giapponesi o coreani mi occupano la vista e i suoni con le loro mille facce e le loro mille smanie.

Sono ricordi che vengono il giorno prima. Che mi passano veloci nella testa e che lasciano uno schiaffo al cervello. Repentino. Facendolo tremare nella sua calotta.

Mi compri le castagne?

Mi fanno schifo. Le castagne dico. Te ne comprerei foreste. Di castagni. Ora. Passo davanti la mia libreria di questi secoli e vedo il cingalese di turno che vende marroni a 5 euro. E ti rivedo mentre davvero le mangi con gusto sporcandoti le dita di nero carbone e mi dici sempre se ne voglio, anche se sai che mi fanno schifo le castagne, ed io sempre per dispetto dico di si, per il gusto di levartene una, tu me la dai, io la pulisco, e mordo una piccola parte e poi te la rimetto in bocca. Sorridi. E sei bello.

Sono cose strane queste che accadono esattamente il giorno prima di quella che dovrebbe essere la felicità. Quella dei libri che si capisce che è così perché ci sono sorrisi a ricordartelo. Pensieri e parole si inseguono ripercorrendo il cammino che un ricordo ha già percorso lasciando sulla strada pezzetti di me e di te. Come quelli che ci compongono. Migliaia, differenti che ci fanno più simili agli altri che non a noi stessi. Sono pugni che mi colpiscono e calci in faccia che creano del viola intorno agli occhi per ricordare un dolore che se anche passerà lascerà il segno vivo in viso per sempre.

Come il preparare un pranzo o una cena. Con tutto l’amore che una madre può per il figlio. E le attenzioni nella febbre che sembrava davvero non lasciarti mai ogni volta che salivi in capitale, tanto da attirare le battute di mia madre. Che di battute ne fa poche, lei.

Come farei senza di te amò?

Non lo so. Davvero. Come stai facendo perché io non vivo più da mesi. Mi sento scorrere il tempo come qualcosa di dovuto, ma non di vissuto. Perché è questione astronomica. È questione biologica. Ma nulla a che fare con la vita fatta di noi, di sorrisi e pensieri e battute e storie.

Sai cosa? Mi manca il potermi godere a pieno quei pomeriggi a distanza. Quando io ero per te quello che tu sei per me. Il godermi appieno quei secondi che passavano nella tranquillità tra una chiamata e l’altra. Tra un ciao e un ti amo. Il potere prendere il tempo di quei giorni e poterlo rigestire esaltandolo alla potenza, per poter dire ancor di più “quella era la mia vita”.

Sono cose che accadono il giorno prima di quella che dovrebbe essere la felicità. Ma temo di non riconoscerla nel passaggio, la felicità dico. Temo possa passare. Io domani l’aspetto perché mi hanno detto che sarà lì. Io non ho troppo da fare. Mi metto con le cose mie nuove e pulite, ed aspetto. Dicono passerà. Anche se mi sento ladro. Anche se è come prendere treno senza biglietto e vivo questa cosa con l’ansia di essere scoperto, con la felicità in mano. Senza potermelo permettere.

Ripercorro ogni santo momento della mia felicità di ieri. E ti incollo sui muri delle mie nuove città. Quella presente e quella futura. Ti vedo nel passaggio di ogni giorno come grano di un rosario che segue un altro, così all’infinito nella circolarità. E penso cose strane questo giorno prima della mia nuova felicità. Penso possa essere anche tua se solo tu sapessi, se solo tu pensassi, se solo tu mi riconoscessi nuovamente per tutto quanto è stato detto passato vissuto amato.

Cammino lento per strade che ci hanno visti con mani in tasche per allontanare il freddo. Le tue nelle mie. Le mie nelle tue. A guardare vetrine e mangiare dolci di Ungheria. Passo lento per tutta la nostra città sepolta questo giorno prima. Perché da domani sarà passato e lo vivo con inconsapevolezza, credo, ancora adesso che ti cerco col pensiero e che ti raggiungo col desiderio. Da domani niente più “cuccia” dove mi rilegavi a dormire. Niente terrazzo stellare in questa Roma che ti strappa il cuore. Da domani è nuova storia. Oggi è il giorno prima.

I nostri pranzi divisi al giappo. Perché poveri in moneta noi. E i mille regali scambiati, dal primo cd tra una Napoli di serie A e una Napoli di serie C, agli ultimi, dei tuoi miti. È come una risma di fogli che vengono smistati stasera nella mia testa. Con le mani si muovono veloci i fogli con sopra stampati in rilievo tutti i miei sogni e i desideri, i ricordi, le aspettative morte come foglie su alberi e cadute al primo vento che queste riconoscono come loro ultimo. Mi mancano le pizze e le fermate strane di quella metropolitana che hanno loro, quelli che sono rimasti sotto al Vesuvio. Mi manca quel gelato assurdo con dentro di tutto, che io presi con succo di sambuca e tu mi guardasti come si guardano gli stronzi…

Sono cose che succedono sempre il giorno prima della felicità. Riprendere fili e scatole con dentro vite. Aprirle e far uscir fuori mille e mille storie di me e di te.

Sono lucido nelle follia di stanotte.

Sono santo e martire nel cuore mio.

Ho paura. Sempre.

Ma sono cose che devono succedere il giorno prima della felicità…


venerdì 6 febbraio 2009

Il ragazzo dello Sputnik

In Aria
Ultra Orange & Emmanuelle - Don't Kiss Me Goodbye

Poi improvvisamente è caduta la linea. Sono rimasto per un po' a guardare il ricevitore, che tenevo ancora in mano. Come fosse esso stesso un importante messaggio da decifrare. Il suo colore, la forma, sembravano avere un significato particolare. Poi ci ho ripensato, e ho riagganciato. Mi alzo a sedere sul letto, aspettando che il telefono squilli di nuovo. La schiena appoggiata alla parete, metto a fuoco un punto nello spazio davanti a me, e respiro lentamente, senza far rumore. Continuo a verificare i raccordi tra un segmento e l'altro del tempo. Il telefono continua a non squillare.

Un silenzio che non offre promesse continua a riempire lo spazio all'infinito.

Ma io non ho fretta. Non c'è bisogno di affrettarsi. Io sono già pronto.

Posso andare in qualsiasi posto.

E così?

Esattamente così.

Mi alzo dal letto. Tiro una vecchi tenda bruciata dal sole, e apro la finestra. Metto fuori la test e guardo in alto, verso il cielo. Lì è sospesa una mezza luna color muffa, perfettamente visibile. Per me è sufficiente. Vediamo tutti e due la stessa luna nello stesso mondo. Siamo legati alla realtà da un'unica linea. Basta che riesca a trascinarla piano piano verso di me.

Poi allargo le dita e guardo fisso il palmo di entrambe le mani. Vi cerco tracce di sangue. Ma non ce ne sono. Non c'è l'odore del sangue, nessuna rigidità. Il sangue dev'essere già silenziosamente riassororbito.

Haruki Murakami


domenica 1 febbraio 2009

Pesadilla y alucinación

In Aria
Explosions In The Sky - Six Days at the Bottom of the Ocean

- A cosa pensi?

Fuori dalla macchina il mondo è fatto umido. Piove da 18 giorni e l’aria è gonfia di uno stato febbrile che sembra fare del giorno un quadro un po’ così. Bagnato. Dai colori liquidi con luce offuscata da tenebre grigie. Pozze ovunque si scheggiano sotto altra pioggia che pare davvero un pianto di un qualche dio dimenticato, in questi 18 giorni che la storia non considererà suoi più.

- A cosa pensi?
- A nulla.

Le mani cercano qualcosa nelle tasche di una giacca verde e nera. Trovano una fiala di vetro viola, piccola con un tappo di gomma blu. Solo il respiro ritmato da segno di vita nel suo corpo stanco, buttato senza una volontà su un sedile di un auto che sosta in un angolo di terra sotto una pioggia che pare non voler smettere mai.

- Cos’è la verità?
- …
- Secondo te dico…cos’è la verità.
- Non so…E’ come uno svelare credo... Rendere palese qualcosa. È credere follemente in un gesto capace di attenzione e di giustificazione. È senza dubbio alcuno un gesto d’amore, di senso verso l’ovvio. È credere di poter gestire un qualcosa con la sola forza dell’amore. Si cerca la verità se si è avuta in mano altrimenti è un sogno ridicolo…patetico. È la peggiore delle realtà.

Si muove con aria rassegnata nel mezzo del mezzo metro di spazio vitale che la piccola macchina blu gli concede in quel momento. Fa freddo. Si annoda la sciarpa colorata come meglio può, cercando di non fare entrare quel gelo che nel frattempo appanna i vetri rendendoli argento, separandoli dall’altro mondo che continua ad essere battuto da questa pioggia di fine gennaio.

- Io ti ho amato…
- Lo so ma adesso basta…non ce la faccio più.

Gli sguardi fanno il gioco del non incontrarsi mai. Dalla fiala di vetro esce un sorso di pazienza, per calmare il cuore, renderlo meno frenetico, risanandolo. Escono gocce di veleno che poco per volta calmano i brividi, riempiono i vuoti. Le tempie iniziano a battere sempre meno e l’argento dei vetri si fa di squame. La testa si fa leggera e parte per chissà quale posto straordinario dove continuare a fare rivivere quelle storie e quei desideri che la pioggia di gennaio ha reso inutili e moribondi. Parte la testa e arriva sull’oceano dove la forza di un ricordo colora di bronzo la scena che si ripete, sempre, su quel pontile, a cristallizzare quelle parole, quell’amo ti, sempre e per sempre, rendendolo indelebile come fotografia rubata al tempo grazie al gioco di chimica e luce.

- Mi manchi...tocco la tua assenza
- E’ tutto così sbagliato.
- Io ti amo…
- Ed io no…non più. Basta.

Le gocce escono dalla fiala iniziano a fluttuare nello spazio minimo che si riesce a gestire. Si muovono leggere e gli entrano in gola incontrandosi, scontrandosi con quelle lacrime che si staccano dagli occhi e iniziano a danzare anche loro creando nella macchina un gioco di mille gocce colorate, quelle viola, del veleno di fuori, quelle bianche del veleno che è in lui, che si perde sotto forma di lacrime e rumore rosa. Va in testa un esplosione, come spettacolo di stelle. Un esplosione che ricorda un primo respiro dopo tanto dormire di coma indotto. Una gioia infinita. Un turbine di suoni e colori, gocce intorno che muovono sempre più veloci, lacrime veleno e pioggia entrano nello spazio e lo avvolgono sotto le note di un esplosione memorabile sempre più veloce fino a farne una sfera di colore sotto questa pioggia in(f/v)ernale.

- Sei e sempre sarai…
- Vivi la tua vita…ti prego, non odiarmi. Adesso basta. Vivi. Respira. Di nuovo. Ti prego…

Dal passaggio rutilante del quotidiano sotto vetro passa una ragazza. Già vista altrove. In tram o in metro. Cappotto stretto, a scacchi bianchi e neri. Vede una macchina blu, ferma in un angolo di terra a prender pioggia. I vetri sono mezzi appannati. Si avvicina. Non sa nemmeno lei perché. Un cappuccio le copre i capelli neri lunghi che le cadono sul viso un po’ bagnati, appiccicati in fronte. Si avvicina alla macchina e vede un ragazzo che dorme. Solo. Sciarpa colorata, sembra dormire. Bussa al vetro. Non si muove nulla. La grandine inizia a battere più forte. Apre lo sportello ed entra. Le batte il cuore, lo sente in gola. Non sa perché si trova lì, in quella macchina, con affianco un ragazzo che pare stia dormendo. Lo stereo acceso passa musica sperimentale, quella strumentale che ascolta lei, da sola, nell’imbarazzo dell’incomprensione e nell’orgoglio dell’indifferenza. Il respiro tenue del ragazzo le dice di non preoccuparsi, è ancora lì. A dormire. In macchina, sotto la pioggia con un pianoforte che gli culla incubi e allucinazioni. Fa freddo, lei è ferma, immobile, nello spazio ristretto di un posto d’auto. Vede pillole e fiale. Scatole vuote e fiale vuote. “starà dormendo” pensa solo. Si toglie la sciarpa, l’avvolge tra le mani del ragazzo, fatte blu dal freddo di una notte di gennaio. Si abbottona sin sopra al mento il cappotto a scacchi e si ferma lì. A vedere. Ad aspettare. A chiedersi. Ad ascoltare.

- Dimmi solo perché. Dove ho sbagliato.
- Non hai sbagliato niente tu. Sono io. Sono fottuto.
- Non lasciarmi.
- Ci rivedremo. Non ora. Non qui. Non piangere. Ti prego.

Si muove nel sonno drogato come mosso da puntura di spillo. La ragazza ascolta il cd che suona in macchina, ad occhi chiusi lei adesso col cuore più caldo, meno frenetico. Senza paura più. Lui si muove dal fastidio delle immagini che gli si presentano sempre. Apre gli occhi, lucidi da chissà quanti mari visti in sogno e vomitati da pianti sottili. I vetri sono completamente annebbiati. Vede lei. Cappotto a scacchi. E non si muove. Sorride. Non è solo. Non più. Muove le mani avvolte in una sciarpa grossa, calda. Spille colorate e bottoni sulla borsa di lei, sulle gambe di lei. Explosions in the sky. In quella macchina.

Due storie che si trovano. Due solitudini che si scontrano.
Richiude gli occhi. Lei è ancora lì.
Sorride come lui sa, testa in fiamme. Cuore assente.

Va bene così.