In Aria
The Silver Mt Zion Memorial Orchestra and Tra-la-la Band - Sow some lonesome corners so many flowers bloom
Mi trovo sveglio dal giorno prima, ripensando ancora a quanto stava accadendo fino a due secondi fa e mi trovo già ad oggi, così, semplice e veloce. Oggi è il giorno. Quello della felicità dico. Quello che tutti stanno aspettando e pare che anche la natura si sia messa contro affinché non accada. Sono sveglio da tre mesi ma lo stato febbrile è nuovo. La fitta alla bocca dello stomaco è la stessa ma ha qualcosa di non detto che non lascio trasparire né da uno sguardo malinconico rivolto al viso di mia madre che mi guarda con orgoglio, né con una parola di tensione che rivolgo a mio padre che mi osserva con l’imbarazzo tipico di un uomo, il giorno di quella che deve, non dovrebbe, deve, essere la felicità del figlio piccolo e fragile. Sono già sveglio da tre mesi e non riesco a star fermo mai. Il corpo è quello che è, dopo una guerra combattuta senza troppe regole, quello che resta è semplicemente un mucchio di pelle tirata e occhi ingranditi da fare impressione a chi non è abituato al mio nuovo stato e si ricorda ancora ricci che cadono su occhi verdi. Adesso è altra questione, roba di pelle bianca e grigia, capelli rasati, ossa sporgenti che ricopro poco per volta con gli abiti della festa, quelli scelti con cura e con difficoltà, perché si teme sempre di sbagliare di fronte al giudizio di una commissione, anche nella scelta di un abito meno formale, o di una cravatta troppo stretta o troppo scura, da usare per coprire e nascondere, e rendere presentabile un precipitato nell’abisso. Mi affaccio dalla mia finestra romana e acqua continua a cadere sul tavolo in terrazzo, creando una sorta di pozza che pare allagare tutto poco per volta. Le piante sono mezze morte dal gelo e l’aria è così gonfia di lacrime che mette agitazione solo nel vedere il cielo. Una gru, per lavori in corso, sormonta il mio nono piano di questa vita romana, la vedo muoversi piano nel suo corpo di ferro nero, mossa non so se da mani o se da vento. Volano uccelli in alto, sotto la pioggia, ed è strano, il volo bagnato, perché appesantito e instabile. Guardo tutto da dietro questa finestra senza una tendina, perché messa a lavare dopo i fumi di anni che le avevano tolto il colore originale. Osservo bene la scena che si staglia dietro e cerco di legare le macchie di colore che si fanno grandi sulle pareti del terrazzo che dividono il mio spazio da quello altrui.
Rileggo mille volte le stesse parole scritte e stampate per l’evento di quest’oggi, così importante, così banale. Sistemo ultime cose e prendo il mio veleno che mi rende meno lucido del dovuto ma che mi da la forza fisica e mentale per riuscire ad affrontare la giornata senza il mio sostegno dei giorni finiti a novembre. Anche la natura si diverte con gli sgarri. Piove gelo dall’alto, mi faccio piccolo nel mio cappotto nero, cammino e abbasso la testa sperando che possa proteggermi da questo schiaffo gelido che mi arriva dritto in faccia. Scendo le scale di una fermata di metro che conosco come fossero parte del mio appartamento e un’aria umida e sudata mi colpisce con tutto il suo disgusto. Non riesco proprio a pensare a come deve essere questa nuova felicità. Non riesco perché il veleno mi toglie brillantezza nei movimenti del pensiero e non riesco davvero a concepire come possa essere diverso fra qualche ora, quando finalmente tutto questo apparterrà ad una storia da poter raccontare a qualcuno tramite le righe di un blog. Mi siedo composto. Gli occhi dei miei scrutano i movimenti della gente che si siede vicina, col timore che possa accadere qualcosa, come sempre pensa chi viene nelle grandi città lasciando la propria, piccola che sembra un rione di questa capitale gelida di questo giorno di febbraio.
Entro nello spazio addetto e mi sembra mondo nuovo.
Occhi bianchi di secoli d’arte mi guardano mentre attraverso il corridoio, io e la mia forza smunta. Statue di secoli e secoli si ripetono nelle loro copie che non stonano per niente con la giornata così fuori dal tempo. Attraverso le sale tenendo in mano il mio lavoro e cercando con lo sguardo di capire dove già il mio sguardo si è poggiato su queste statue, meravigliose nel loro essere immortali, anche se distrutte, dall’uomo e dal tempo. È davvero tutto strano. Bello. Ragazzi studiano sotto copie di gesso di Veneri e eroi. Cammino per non so quanto tempo tra gli splendori di un arte che rimarrà, sempre, come unico rifugio dalla follia del mondo e quasi mi commuovo, per questo, senza pensare per un attimo alla mia commissione che mi aspetta seduta e stonata dal freddo di questo giorno.
Sento il mio nome, entro, mi siedo ed inizia la storia della mia felicità ad ore. Mi guardano come si guarda un giocoliere. Riesco con le mie parole ad attirare le undici teste pronte a fare quello che volevano. Parlo dell’inganno e della magia della fotografia, che mi ha fatto come sono adesso, parlo dei giochi di luce e chimica che hanno reso possibile l’inconcepibile, parlo dei colori e della storia, delle guerre, dei morti, dei clown e dei desideri, del mio concetto di arte e fotografia, della mia passione condivisa con te, parlo di tutto per un tempo brevissimo che si concretizza in un mezzo giro d’orologio. e poi basta.
Esco. Campanella. Proclamazione. Dottore. Con massimo dei voti, massimo del rispetto. Ed è esattamente lì che sento finalmente la felicità. La sento salirmi come corrente dai piedi fino allo stomaco e alla gola che si fa spazio sul viso che regala ai miei il primo sorriso della giornata alle 16.00 di un giorno di febbraio che entrerà nei miei ricordi come punto di partenza per una nuova storia.
È la felicità. Quella che aspettavo ieri, che mi ha fatto tremare al pensiero di non poterla riconoscere, sbagliandomi. Quell’urlo morto in corpo che occhi lucidi hanno fatto sentire lo stesso, come monito di liberazione, come tappo sparato in alto. La sento. L’infinita gioia della fine. Dell’improbabile che si concretizza. Ed è bello, davvero. Visi amici, volti vicini, voci che sento dalla mia terra, commosse, contente per me. Il sapere che qualcuno è contento per me. Sorrisi, preziosi, sempre di più sempre più in su. Fino alle lacrime nelle risate. Fino a dire finalmente!
È questa. Lo è davvero. E non credevo. Non pensavo né immaginavo. Ed è bello, anche col gelo, anche con la pioggia che ricopre e bagna questa Roma che distrugge l’anima rubandola senza restituirla più come prima. Ma non fa niente, adesso è tutto bello così. Anche la tua voce, un po’ commossa, forse, un po’ imbarazzata, felice per la gioia della mia felicità, agitata. È bello sentirti oggi, non metterti da parte, perché sei parte della mia concretezza, anche a distanza, nel tempo e nello spazio. Anche se eravamo cosa diversa in un tempo diverso, in uno spazio diverso. Oggi è anche la tua festa, perché voglio sia così. Perché sono felice, e tu devi esserci nella mia gioia di oggi.
Guardo i miei. Sull’autobus che ci porta a casa. Vedo i loro occhi che brillano. E sento tramite di loro quella corrente che già mi aveva bruciato. Riparte dallo stomaco e arriva di nuovo in viso, colorandolo di sangue che è vita. Mia madre piange, mio padre ha pianto. È tutto così strano. È tutto grazie a loro. Mi giro e guardo Roma da un vetro scheggiato da pioggia. Le strade sono le stesse di sempre di questi mesi eterni. Ripercorro ogni incrocio, ogni semaforo, ogni fermata con aria nuova e con colore addosso. La guardo con consapevolezza. Sorrido di Roma, che mi sorride, facendo uscire un raggio di sole. Mi viene da ridere pensando sia mio solo, quel raggio, che Roma mi regala come ricompensa per l’anima che mi ha rubato. Sorrido della mia piccola felicità di oggi, ho le lacrime agli occhi.
Saluto tutto e resto fermo così in attesa di poter scendere.



