In Aria
Smashing Pumpkins - Stand Inside your love
Chiudo gli occhi e sento il rumore soffocato della quotidianità, di un posto affollato di gente di passaggio, che corre e piange, che sbraita e saluta. Commossa o nervosa la gente si accalca, in file disordinate, pronte a partire, a salpare, a volare. Resto con gli occhi chiusi e immagino. Una bimba avvolta in un uno strano piumino rosa che afferra un padre al collo, mentre una madre gliela porge come oggetto prezioso e delicato. Le scarpette rosse sulla giacca del padre i cui capelli bianchi vengono mossi dal passaggio di una navetta passata troppo vicina per non pensare ad un pericolo, per se e per la bimba dal piumino rosa.
Dietro di loro una signora, anziana, sola, con una borsa di pelle, piccola e vecchia. Anche lei aspetta. Non sa bene cosa. Le hanno detto di aspettare. E lei è li. Che aspetta. Qualcuno arriverà anche per lei.
Due ragazzi si salutano. Strumenti in mano. Chitarre forse, o bassi. Si scambiano pacche fraterne, come di amicizia consolidata dalle note e non solo dal tempo. Cose che non si possono capire se non si è dentro alla musica e all’amicizia nelle musica.
Passa una hostess. Ne passa una seconda. Sembrano stanche e si toccano le caviglie, gonfie da chissà quante ore di routine aerea. Eleganti. Ma un po’ sfatte. Il trucco scomparso per lo più ed una ciocca bionda di capelli che proprio non resiste più alla tentazione di cadere dal posto suo, scivolando su uno sguardo che sembra buio, o magari solo stanco.
Passa una comitiva, ombrello alzato a mo di antenna, per segnalare una presenza che non deve passare inosservata, e per non dare adito alla perdita a nessuno, nel non luogo di adesso.
Poco più in là un uomo, alto, bello, che abbraccia una donna, alta, bella. Pare piangano. Si stanno piangendo. La testa di lui nella mani di lei. Gli occhi di lei nei capelli di lui. È una scena cristallizzata. Attorno a loro il caos del non luogo di adesso. E loro fermi così. Nel gelo. Piange lui nella mani di lei. Belli. Alti. Piange lei nei capelli di lui.
Un bambino scappa inseguito da una donna. Il maglione bianco contrasta con la sua pelle color di noce. Scappa e ride di questo suo nuovo gioco. Alejim! Urla la donna dietro di lui. E scappano così dalla vista. Sfiorando una donna anziana ferma lei non sa dove, e due ragazzi che ancora parlano di loro.
Continuo con gli occhi chiusi e vedo una ragazza, carina, un po’ in carne. Capelli blu. Un po’ impaurita. Ha uno zaino colorato, rosso, e tante bandiere toppate di sopra. Lunga giacca viola che l’avvolge in una sorta di tela grossa e sguardo smarrito. Grossi occhiali da sole in testa e sguardo attento a non far passar l’attimo giusto per il suo qualcosa.
Vedo un uomo e una donna, grandi. Si tengono per mano. Gonna lei. Giacca lui. Bianchi in testa e si tengono per mano. Nelle altre, nelle libere, borse color kaki. Tipo viaggio di altri tempi e di altri spazi, lontani dal caos del non luogo di adesso. Si tengono per mano ma non li vedo in faccia, non me li immagino in volto. Saranno belli. Credo. A modo loro saranno perfetti così. Con un bambino, Alejim, che li urta, facendo oscillare una delle borse, quella in mano a lei, e non riesco ad immaginare altro che un sorriso sulla faccia di quella donna dai capelli color cotone una borsa piena di storia color kaki.
E poi ci sei tu, eccoti, bellissimo, come il sole. Nonostante i viaggi dall’inferno. Ti vedo che ti fai spazio. Ti cerchi un tuo riparo, senza mai fermarti però. Di corsa per paura di orari e nemici. Hai la tua giacca nuova, quella con gli alamari, comprata con tuo padre. Una borsa profonda come un pozzo ed uno zaino color jeans. Sei stanco, ma sei sempre bello come il mio unico sole. Hai gli occhi cerchiati, dal poco sonno, e dal rientro nel tempo che si misura. Torni da un viaggio lungo come la linea del mare che si vede all’orizzonte. Torni dall’altro mondo, dove io ero orizzonte tuo. Prendi le scale, quelle mobili. Prima ti fermi. Ti guardi un po’ in giro, come aspettando di veder arrivare qualcuno prima o dopo. Ti sistemi lo zaino e posi il tuo computer sulla borsa grande come un comò continui a trasportare la fatica di mesi concentrati in una borsa troppo grande, o forse troppo piccola per tutto. Hai carte in mano che non sai dove infilare. Maledici un po’ tutto. Anche me. Nel mezzo. E il ritardo accumulato. Pensi ai treni da prendere e a quelli persi. Qualcuno che corre ti viene addosso e ti parte un fanculo, ma non nella tua lingua. In quella nuova che non capisco, e che solo il suono mi fa ridere e piangere allo stesso tempo. Maledici in spagnolo la ragazza vestita di viola che correndo ti fa ha fatto cadere le carte, inutili ormai. E le lasci a terra. Senza fregartene più.
Resto con occhi chiusi e ti immagino salire su un treno. Uno di quelli sempre pieni. E anche li la testa tua ti da impulsi frenetici che ti spingono a non impazzire, con tutta la tensione del viaggio dall’altro mondo, e la puzza della gente di questo mondo. Dove il tempo inizia, dopo mesi, ad essere misurato di nuovo. Chiudi gli occhi tu adesso, poggi la testa sul vetro gelido e stai così. Senti passare le fermate, mille, prima della tua. Ogni tanto li riapri, gli occhi, e provi a guardarti in giro, come se dovesse esserci qualcuno li, da qualche parte. Forse lo temi. Forse no. Ma poi li richiudi, gli occhi, e poggi la testa sul vetro bagnato da piogge torrenziali che stavano per inondare la nostra città.
Resto fermo senza neppure respirare. Continuo a vederti immobile, con la tua giacca e gli alamari. Le borse una sopra l’altra e la testa così pesante da sembrare eterna nell’importanza.
Non ci sono io.
Riapro gli occhi e vedo la mia stanza, nel buio illuminato dal blu del video. Le pareti bianche e vuote. Scatole ovunque e cellophane tutt’intorno. Neppure i libri sono al loro posto. Nulla è dove deve essere. I poster e le foto sono staccati. Il letto spostato in avanti, l’armadio è vuoto, ed io non sono li. Con te. Che sei bello, come il sole dei giorni al mare. E sei stanco tu, forse anche del sole dei giorni al mare. Apro gli occhi e non so neppure io dove mi trovo. È tutto nuovo, e solo fiori di Bach, fiori dell’anima che immagino venirmi addosso come in un onda mossa da un vento fresco.
Sono al buio. In una stanza che non è mia più. Richiudo gli occhi e ci sei tu, in una stazione, che conosci fin troppo bene, che conosci in ogni spigolo ed area e che adesso ti sembra enorme nel caos di un pre-natale che non ha senso alcuno. Per me. Per te si. Forse. Ti raggiungono. Sali su una macchina piccola e stretta. Sei arrivato. Non sei a casa. In questa città che era la nostra città. Ti senti estraneo. E lo sei. Ti immagino così sotto una pioggia millenaria che batte e batterà ancora. Fredda come di Marzo. La tua testa, il tuo corpo, bello come il sole. Una macchina ti prende e vai via.
Riapro gli occhi. Piango adesso. Perché sono nel deserto e non ci sei. Perché oggi era festa, invece è lutto. Piango per tutto e mi dispiace. Per l’oceano che non c’è più. E per il mare. Per la lava della Solara e le tue lenzuola blu. Piango e non mi trattengo. Mi sento perso.

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