In Aria
God is an astronaut – Forever lost
Appena partito.
Sotto una pioggia leggera che col suo gioco crea delle piccole ombre sul vetro riportandole doppie sul foglio, su cui scrivo,strappato non ricordo esattamente dove. Un alone di luce disegna un iride sul foglio e questa luce , gialla, crea un’atmosfera calma, rilassata, facendo da sfondo a tutto il mio viaggio. Ho un corpo nuovo, bagnato, messo su un autobus come un pacco, per una destinazione vecchia, che sa già di altrove, di non voluto, di non cercato.
Alzo lo sguardo e davanti a me si perde un serpente nero, lungo che porta fino a Roma (Roma). Nebbia fuori, che copre la vista e l’anima mia di stanotte, la rende opaca. La fa lenta. Cristallina e delicata.
È nel viaggio che manchi sempre più. Prepararmi per partire senza le tue raccomandazioni, le tue attenzioni, le tue preoccupazioni, che sempre, sempre, mi hanno fatto speciale, reso sicuro. Vivo.
Quando parto, ovunque io vada, tocco la tua non presenza. Mi crolla addosso. Come pietre. Mi sento stordito. Ho febbre che non passa più. La luce gialla mi fa nuovo, stampandomi in faccia un gioco di ombre che quasi mi piace…se solo riuscissi a riconoscermi.
Mi manca la tua voce. Il sentirmi al centro di un tuo pensiero. Mi manca la base solida del tuo corpo, àncora e sicurezza.
Scrivo poggiato ad un vetro gelido, graffiato e schiaffeggiato da pioggia di Gennaio. I miei viaggi sempre sotto la pioggia ormai. Da tre mesi ormai piove sulle mie terre, ma vado avanti lo stesso, perché lo devo. A me, ai miei, agli amici, di sempre, sempre loro, da sempre. Ma manchi. E provo imbarazzo se penso ad un piccolo entusiasmo vissuto nel giorno. Mi vergogno se penso ad un sorriso che mi si disegna sul volto. Stati che mi animano nel no-sense.
Perché la notte è sempre tua. Come questa, nel viaggio, che faccio verso il nord, ma che vorrei fare verso la fine del mondo dove ci siamo trovati stretti e ci siamo promessi. Semplicemente vita altra. Vita di cannella e zenzero. Adesso è vita nuova. È gelo di una notte d’inverno, una pioggia che si fa violenta e una matita che si spunta poco per volta, quella di adesso di questa notte.
Vorrei chiudere gli occhi per poi riaprirli e trovarti al mio fianco al posto della vecchia signora che si lamenta. Per le gambe dice. Le sorrido stando zitto. Mi giro sul mio vetro e continuo a scrivere, credendo sia la soluzione unica per calmare il cuore, fingendo di non sapere d’avere del veleno dentro.
Mi vedo domani a Roma e ti vedo ovunque intorno. Il ragazzo di fronte a me ha la tua faccia, il tuo sorriso stupido. Chiudo lo sguardo e ti ritrovo al io fianco che giochi e scrivi mentre muovi le tue gambe magre. Sorridi per qualcosa senza immaginare che io ti possa seguire anche in questo gesto minimo e naturale. Mi rigiro e ti rivedo, triste, che aspetti qualcuno, ma non sono io che aspetti. Ti vedo triste e speranzoso per l’arrivo di qualcuno…ma non sono io che aspetti. E mi si stringe il cuore in gola. E poi sei bambino, su una barca, tra un uomo bello, e una donna, bella, come bello è il sole di Capri.
Siamo fermi adesso. Posso scrivere più tranquillo senza che la matita mi sbatta contro la faccia. Sale gente e le luci sono tutte accese. Come un pezzo di giorno nel cuore della notte. Ho la testa che urla e il corpo in fiamme. È la febbre di te credo. Della tua mancanza. Della tua assenza spasmodica.
Non ho più carta con me. Le tempie pulsano.
Continua a piovere lungo la via. Non c’è più nebbia attorno a noi.
Spero tu stia bene davvero ora. Davvero. Lo spero.
Mi dispiace così tanto.

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