mercoledì 11 marzo 2009

Fiéle

In Aria
CocoRosie - Beautiful Boyz

Giornata di fiele. Una di quelle che sei quasi contento che finalmente siano arrivate perché ti fanno sentire talmente male da provare odio e fastidio. Verso tutto e tutti. Chiunque ti guardi prende la forma di un eretico pazzo. Chiunque ti parli si trasforma in un mare di stronzate e nullità. Provo pena. Da morirne. E provo un enorme stato di imbarazzo. Per te. Generale. Per tutto quello che ha smesso di funzionare secondo un ordine prestabilito da un senso neutrale e sano. Di gente che muore è fatto il mondo. Di gente che si spegne è fatta la vita.

Credo nella correttezza del senso. Di quello che è stato, nella fiamma che ha bruciato e nella cenere dell’”è stato bruciato”. Credo nel bene di una madre e nelle sue lacrime che si fermano già morte e asciutte ai due occhi che mi guardano senza capirmi mai. Credo nel fratello di spirito che sogna per me un compagno di sogni, come il suo per sé. Credo nella sorella d’anima e nei suoi errori che la fanno bella e tenera, gracile e fiamminga. Credo e crederò sempre in un piccolo principe e alla sua rosa chiusa sotto vetro, alla suo compagno volpino. Amo Mormy. E Jun. Credo nella voce di una notte e nella bellezza nascosta sotto un letto di Ferrara. Credo nelle sue storie e nei suoi tormenti e li farei miei per alleggerirlo un po’. Credo nella sfrontatezza della Spagna, alla sua perdizione e alla sua vanagloria. Nell’Oceanomare. Sempre credo. Credo nella forza di un ricordo che spacca il cuore come il sole la terra. E l’acqua la roccia. Nella decenza di un messaggio. Nell’indecorosa condanna dell’inganno e del tradimento vile. Temo la malattia dello spirito che consuma come quella del fisico. Temo la pioggia di un inverno eterno nel tempo. Temo l’abbandono ma non ne muoio. E adesso lo so. Vedo due gemelli crescere nel segno del cuore, tra racconti di mondi che non sanno mai. Vedo il cuore farsi fango. Vedo il mondo farsi stretto. Credo nel gelo di una canzone. Nello scioglimento di un sentimento forte come un universo. Credo nella fuga su uno Sputnik. Credo nel ragazzo dello Sputnik. Amo. Amo mia madre. Amo Melissa. Amo Domenico. Amo Federica. Amo i libri. I miei. E la musica, infinita musica. Quella vera e reale. Che scotta sotto le mani e rimbomba nell’anima rilasciando catene di fumi che mi legano sospeso nel mondo che si muove attorno. Credo nella forza della luce e del tempo. Credo nella forza dello spazio e del colore. Spero di vedere un angelo, da sempre, il mio, da dietro una porta. Temo le allucinazioni, e i vescovi neri. Le croci e i fascisti. Odio le cose impreviste. Sogno di perdermi senza trovarmi mai più. Sogno di dimenticare il male che è ancora in me. Amo quello che non sono e non sarò. Odio quello che vorresti che io fossi. Odio il tuo segno di indifferenza, la tua stupidaggine, la tua ignoranza, la tua maleducazione, il tuo non tatto, la tua vita di merda, il tuo fiele che mi hai vomitato addosso. Amo la mia vita futura, senza un peso e senza una logica.

Tutto questo per provare ancora meglio a capire dove e come mi sono perso. Come e dove mi posso ritrovare ad essere nuovo rispetto quello che muore dentro di me.

Giornata di fiele e odio. E amore. E desiderio e sogno. Giornata come poche che fermano il cuore, lo prendono tra pugnali e lo sbattono in acqua. Ed io fermo e nero e vuoto con occhi sbarrati e con sorriso disegnato in un ghigno infernale che continuo a dondolare all’infinito su un filo che già brucia e si sgretola lontano.



martedì 17 febbraio 2009

Il giorno della felicità (11_02_2009)

In Aria

The Silver Mt Zion Memorial Orchestra and Tra-la-la Band - Sow some lonesome corners so many flowers bloom


Mi trovo sveglio dal giorno prima, ripensando ancora a quanto stava accadendo fino a due secondi fa e mi trovo già ad oggi, così, semplice e veloce. Oggi è il giorno. Quello della felicità dico. Quello che tutti stanno aspettando e pare che anche la natura si sia messa contro affinché non accada. Sono sveglio da tre mesi ma lo stato febbrile è nuovo. La fitta alla bocca dello stomaco è la stessa ma ha qualcosa di non detto che non lascio trasparire né da uno sguardo malinconico rivolto al viso di mia madre che mi guarda con orgoglio, né con una parola di tensione che rivolgo a mio padre che mi osserva con l’imbarazzo tipico di un uomo, il giorno di quella che deve, non dovrebbe, deve, essere la felicità del figlio piccolo e fragile. Sono già sveglio da tre mesi e non riesco a star fermo mai. Il corpo è quello che è, dopo una guerra combattuta senza troppe regole, quello che resta è semplicemente un mucchio di pelle tirata e occhi ingranditi da fare impressione a chi non è abituato al mio nuovo stato e si ricorda ancora ricci che cadono su occhi verdi. Adesso è altra questione, roba di pelle bianca e grigia, capelli rasati, ossa sporgenti che ricopro poco per volta con gli abiti della festa, quelli scelti con cura e con difficoltà, perché si teme sempre di sbagliare di fronte al giudizio di una commissione, anche nella scelta di un abito meno formale, o di una cravatta troppo stretta o troppo scura, da usare per coprire e nascondere, e rendere presentabile un precipitato nell’abisso. Mi affaccio dalla mia finestra romana e acqua continua a cadere sul tavolo in terrazzo, creando una sorta di pozza che pare allagare tutto poco per volta. Le piante sono mezze morte dal gelo e l’aria è così gonfia di lacrime che mette agitazione solo nel vedere il cielo. Una gru, per lavori in corso, sormonta il mio nono piano di questa vita romana, la vedo muoversi piano nel suo corpo di ferro nero, mossa non so se da mani o se da vento. Volano uccelli in alto, sotto la pioggia, ed è strano, il volo bagnato, perché appesantito e instabile. Guardo tutto da dietro questa finestra senza una tendina, perché messa a lavare dopo i fumi di anni che le avevano tolto il colore originale. Osservo bene la scena che si staglia dietro e cerco di legare le macchie di colore che si fanno grandi sulle pareti del terrazzo che dividono il mio spazio da quello altrui.


Rileggo mille volte le stesse parole scritte e stampate per l’evento di quest’oggi, così importante, così banale. Sistemo ultime cose e prendo il mio veleno che mi rende meno lucido del dovuto ma che mi da la forza fisica e mentale per riuscire ad affrontare la giornata senza il mio sostegno dei giorni finiti a novembre. Anche la natura si diverte con gli sgarri. Piove gelo dall’alto, mi faccio piccolo nel mio cappotto nero, cammino e abbasso la testa sperando che possa proteggermi da questo schiaffo gelido che mi arriva dritto in faccia. Scendo le scale di una fermata di metro che conosco come fossero parte del mio appartamento e un’aria umida e sudata mi colpisce con tutto il suo disgusto. Non riesco proprio a pensare a come deve essere questa nuova felicità. Non riesco perché il veleno mi toglie brillantezza nei movimenti del pensiero e non riesco davvero a concepire come possa essere diverso fra qualche ora, quando finalmente tutto questo apparterrà ad una storia da poter raccontare a qualcuno tramite le righe di un blog. Mi siedo composto. Gli occhi dei miei scrutano i movimenti della gente che si siede vicina, col timore che possa accadere qualcosa, come sempre pensa chi viene nelle grandi città lasciando la propria, piccola che sembra un rione di questa capitale gelida di questo giorno di febbraio.

Entro nello spazio addetto e mi sembra mondo nuovo.


Occhi bianchi di secoli d’arte mi guardano mentre attraverso il corridoio, io e la mia forza smunta. Statue di secoli e secoli si ripetono nelle loro copie che non stonano per niente con la giornata così fuori dal tempo. Attraverso le sale tenendo in mano il mio lavoro e cercando con lo sguardo di capire dove già il mio sguardo si è poggiato su queste statue, meravigliose nel loro essere immortali, anche se distrutte, dall’uomo e dal tempo. È davvero tutto strano. Bello. Ragazzi studiano sotto copie di gesso di Veneri e eroi. Cammino per non so quanto tempo tra gli splendori di un arte che rimarrà, sempre, come unico rifugio dalla follia del mondo e quasi mi commuovo, per questo, senza pensare per un attimo alla mia commissione che mi aspetta seduta e stonata dal freddo di questo giorno.


Sento il mio nome, entro, mi siedo ed inizia la storia della mia felicità ad ore. Mi guardano come si guarda un giocoliere. Riesco con le mie parole ad attirare le undici teste pronte a fare quello che volevano. Parlo dell’inganno e della magia della fotografia, che mi ha fatto come sono adesso, parlo dei giochi di luce e chimica che hanno reso possibile l’inconcepibile, parlo dei colori e della storia, delle guerre, dei morti, dei clown e dei desideri, del mio concetto di arte e fotografia, della mia passione condivisa con te, parlo di tutto per un tempo brevissimo che si concretizza in un mezzo giro d’orologio. e poi basta.


Esco. Campanella. Proclamazione. Dottore. Con massimo dei voti, massimo del rispetto. Ed è esattamente lì che sento finalmente la felicità. La sento salirmi come corrente dai piedi fino allo stomaco e alla gola che si fa spazio sul viso che regala ai miei il primo sorriso della giornata alle 16.00 di un giorno di febbraio che entrerà nei miei ricordi come punto di partenza per una nuova storia.


È la felicità. Quella che aspettavo ieri, che mi ha fatto tremare al pensiero di non poterla riconoscere, sbagliandomi. Quell’urlo morto in corpo che occhi lucidi hanno fatto sentire lo stesso, come monito di liberazione, come tappo sparato in alto. La sento. L’infinita gioia della fine. Dell’improbabile che si concretizza. Ed è bello, davvero. Visi amici, volti vicini, voci che sento dalla mia terra, commosse, contente per me. Il sapere che qualcuno è contento per me. Sorrisi, preziosi, sempre di più sempre più in su. Fino alle lacrime nelle risate. Fino a dire finalmente!

È questa. Lo è davvero. E non credevo. Non pensavo né immaginavo. Ed è bello, anche col gelo, anche con la pioggia che ricopre e bagna questa Roma che distrugge l’anima rubandola senza restituirla più come prima. Ma non fa niente, adesso è tutto bello così. Anche la tua voce, un po’ commossa, forse, un po’ imbarazzata, felice per la gioia della mia felicità, agitata. È bello sentirti oggi, non metterti da parte, perché sei parte della mia concretezza, anche a distanza, nel tempo e nello spazio. Anche se eravamo cosa diversa in un tempo diverso, in uno spazio diverso. Oggi è anche la tua festa, perché voglio sia così. Perché sono felice, e tu devi esserci nella mia gioia di oggi.


Guardo i miei. Sull’autobus che ci porta a casa. Vedo i loro occhi che brillano. E sento tramite di loro quella corrente che già mi aveva bruciato. Riparte dallo stomaco e arriva di nuovo in viso, colorandolo di sangue che è vita. Mia madre piange, mio padre ha pianto. È tutto così strano. È tutto grazie a loro. Mi giro e guardo Roma da un vetro scheggiato da pioggia. Le strade sono le stesse di sempre di questi mesi eterni. Ripercorro ogni incrocio, ogni semaforo, ogni fermata con aria nuova e con colore addosso. La guardo con consapevolezza. Sorrido di Roma, che mi sorride, facendo uscire un raggio di sole. Mi viene da ridere pensando sia mio solo, quel raggio, che Roma mi regala come ricompensa per l’anima che mi ha rubato. Sorrido della mia piccola felicità di oggi, ho le lacrime agli occhi.



Saluto tutto e resto fermo così in attesa di poter scendere.






martedì 10 febbraio 2009

Il giorno prima della felicità (10_02_2009)

In Aria
Mùm – We have a map of the piano

- Sono cose che succedono il giorno prima.
- Il giorno prima di cosa?
- Il giorno prima della felicità.

Ricordi la nostra prima foto? La nostra prima foto scattata dove siamo entrambi a guardare lo stesso obiettivo. Era maggio. Faceva caldo e chiedemmo ad un turista spagnolo basso e tarchiato di immortalare quel momento. Così, tanto per. Io con una faccia da manicomio e tu con una faccia alla Disney. Il tipo ci pariò addosso, capendo tutto subito e noi ridemmo di sto stronzo per non so quanto tempo. Eravamo seduti sul lato sinistro della fontana di Trevi. C’era il primo sole serio, di primavera inoltrata, non quello di marzo che regala speranza per un attimo e subito dopo risoffia il vento, cambiando la giornata, lasciandola infastidita. Avevo la pelle bianca dell’inverno e mi sfottevi perché davvero sembravo uscito da una di quelle storie avvilenti di bambini tristi e smunti. Tu uscivi invece da mesi di allenamento ed eri più grosso di quello che mai sei stato. Pelle scura, come sempre. Maglia a righe. Quella. La nostra prima foto.

Stasera sotto una pioggia inutile e fastidiosa sono ripassato da lì. Sono passato da lì infinite volte in questi miei anni romani di Roma. Sono passato da quella stradina che si chiude in angolo con una bottega di gelati. Mi sono affacciato sulla fontana e mi sono rimesso nello stesso punto di quella foto scattata nel Medioevo. Lanciato una moneta, di quelle sporche, che non hanno valore se non nel desiderio espresso con il lancio. Di quelle che si trovano sempre nelle tasche di una giacca, che avanzano nel resto, che si lasciano cadere e non si raccolgono. Non mi crederai, perché è ridicolo, ma c’erano due turisti spagnoli. Due signori. Grandi. Si sono fotografati, prima l’uno e poi l’altro. Mi vedono e il tipo coi capelli bianchi ed orecchino mi fa ¡Perdón!. Sorrido prendo una piccola compatta più vecchia della mia e li immortalo, flashandoli. Carini. Capisco tutto. ¡Gracias Guapo! Divento porpora ricambio il sorriso e mi sento una fitta poco sopra il fianco sinistro. Si allontanano ed io li seguo un po’ fino a che orde di giapponesi o coreani mi occupano la vista e i suoni con le loro mille facce e le loro mille smanie.

Sono ricordi che vengono il giorno prima. Che mi passano veloci nella testa e che lasciano uno schiaffo al cervello. Repentino. Facendolo tremare nella sua calotta.

Mi compri le castagne?

Mi fanno schifo. Le castagne dico. Te ne comprerei foreste. Di castagni. Ora. Passo davanti la mia libreria di questi secoli e vedo il cingalese di turno che vende marroni a 5 euro. E ti rivedo mentre davvero le mangi con gusto sporcandoti le dita di nero carbone e mi dici sempre se ne voglio, anche se sai che mi fanno schifo le castagne, ed io sempre per dispetto dico di si, per il gusto di levartene una, tu me la dai, io la pulisco, e mordo una piccola parte e poi te la rimetto in bocca. Sorridi. E sei bello.

Sono cose strane queste che accadono esattamente il giorno prima di quella che dovrebbe essere la felicità. Quella dei libri che si capisce che è così perché ci sono sorrisi a ricordartelo. Pensieri e parole si inseguono ripercorrendo il cammino che un ricordo ha già percorso lasciando sulla strada pezzetti di me e di te. Come quelli che ci compongono. Migliaia, differenti che ci fanno più simili agli altri che non a noi stessi. Sono pugni che mi colpiscono e calci in faccia che creano del viola intorno agli occhi per ricordare un dolore che se anche passerà lascerà il segno vivo in viso per sempre.

Come il preparare un pranzo o una cena. Con tutto l’amore che una madre può per il figlio. E le attenzioni nella febbre che sembrava davvero non lasciarti mai ogni volta che salivi in capitale, tanto da attirare le battute di mia madre. Che di battute ne fa poche, lei.

Come farei senza di te amò?

Non lo so. Davvero. Come stai facendo perché io non vivo più da mesi. Mi sento scorrere il tempo come qualcosa di dovuto, ma non di vissuto. Perché è questione astronomica. È questione biologica. Ma nulla a che fare con la vita fatta di noi, di sorrisi e pensieri e battute e storie.

Sai cosa? Mi manca il potermi godere a pieno quei pomeriggi a distanza. Quando io ero per te quello che tu sei per me. Il godermi appieno quei secondi che passavano nella tranquillità tra una chiamata e l’altra. Tra un ciao e un ti amo. Il potere prendere il tempo di quei giorni e poterlo rigestire esaltandolo alla potenza, per poter dire ancor di più “quella era la mia vita”.

Sono cose che accadono il giorno prima di quella che dovrebbe essere la felicità. Ma temo di non riconoscerla nel passaggio, la felicità dico. Temo possa passare. Io domani l’aspetto perché mi hanno detto che sarà lì. Io non ho troppo da fare. Mi metto con le cose mie nuove e pulite, ed aspetto. Dicono passerà. Anche se mi sento ladro. Anche se è come prendere treno senza biglietto e vivo questa cosa con l’ansia di essere scoperto, con la felicità in mano. Senza potermelo permettere.

Ripercorro ogni santo momento della mia felicità di ieri. E ti incollo sui muri delle mie nuove città. Quella presente e quella futura. Ti vedo nel passaggio di ogni giorno come grano di un rosario che segue un altro, così all’infinito nella circolarità. E penso cose strane questo giorno prima della mia nuova felicità. Penso possa essere anche tua se solo tu sapessi, se solo tu pensassi, se solo tu mi riconoscessi nuovamente per tutto quanto è stato detto passato vissuto amato.

Cammino lento per strade che ci hanno visti con mani in tasche per allontanare il freddo. Le tue nelle mie. Le mie nelle tue. A guardare vetrine e mangiare dolci di Ungheria. Passo lento per tutta la nostra città sepolta questo giorno prima. Perché da domani sarà passato e lo vivo con inconsapevolezza, credo, ancora adesso che ti cerco col pensiero e che ti raggiungo col desiderio. Da domani niente più “cuccia” dove mi rilegavi a dormire. Niente terrazzo stellare in questa Roma che ti strappa il cuore. Da domani è nuova storia. Oggi è il giorno prima.

I nostri pranzi divisi al giappo. Perché poveri in moneta noi. E i mille regali scambiati, dal primo cd tra una Napoli di serie A e una Napoli di serie C, agli ultimi, dei tuoi miti. È come una risma di fogli che vengono smistati stasera nella mia testa. Con le mani si muovono veloci i fogli con sopra stampati in rilievo tutti i miei sogni e i desideri, i ricordi, le aspettative morte come foglie su alberi e cadute al primo vento che queste riconoscono come loro ultimo. Mi mancano le pizze e le fermate strane di quella metropolitana che hanno loro, quelli che sono rimasti sotto al Vesuvio. Mi manca quel gelato assurdo con dentro di tutto, che io presi con succo di sambuca e tu mi guardasti come si guardano gli stronzi…

Sono cose che succedono sempre il giorno prima della felicità. Riprendere fili e scatole con dentro vite. Aprirle e far uscir fuori mille e mille storie di me e di te.

Sono lucido nelle follia di stanotte.

Sono santo e martire nel cuore mio.

Ho paura. Sempre.

Ma sono cose che devono succedere il giorno prima della felicità…